L’acceso dibattito che viene aperto (e mai chiuso) sulle questioni a tema ambientale ha uno stile ed usa parole simili, se non uguali, sia che si parli di presunto/previsto/paventato inquinamento o di impianti industriali. La tecnica è quella di costruire consenso/dissenso al di fuori e contro le istituzioni. Somiglia molto alla strategia “della tensione” che negli anni 70/80 attraversò il nostro Paese.
I movimenti e le persone che hanno individuato ed usano questi strumenti di politica della paura in genere sono dei frustrati della democrazia. Non accettano la responsabilità del governo, spesso perché hanno perso ogni democratica contesa elettorale. Sono dei falliti, rabbiosi che spalmano rabbia intorno a loro sperando attecchisca o che almeno faccia star male anche gli altri. Non interessa a queste persone di provocare allarme parlando (a vanvera) di acque inquinate, arsenico, progetti scellerati. Non interessa che il loro vaticinare disastri possa provocare danni a chi sta lavorando anche grazie ad un mare pulito, un ambiente straordinario.
Succede in tutta Italia, succede qui in Maremma e sull’Amiata. Contro questa strategia è necessaria unità e reazione: della gente che lavora, che vive e difende la nostra terra bellissima (penso in questi giorni anche alle migliaia di volontari che organizzano manifestazioni e feste popolari), fiducia in ciò che tuteliamo e nei dati scientifici degli istituti di ricerca





